L’imitazione a «Tale e Quale Show» del cantante italiano di origini tunisine Ghali, ha scoperchiato il vaso di Pandora, iniziando una polemica intorno al concetto di blackface. Negli USA è un argomento molto sentito, ma qui in Italia genera ancora un senso di novità, nonostante si tratti di un comportamento che si diffonde principalmente nel XIX secolo. Per capire cosa ci sia di sbagliato nella blackface bisogna iniziare proprio dal passato, solo così possiamo riuscire a farci un’idea della portata del fenomeno.

Parlare semplicemente del mio punto di vista sarebbe troppo superficiale: non spetta a me dire cosa sia o non sia sbagliato in un argomento così delicato. Non spetta neanche alle altre persone con cui condivido il colore della pelle: è il momento di fare un passo indietro ed ascoltare. Per questo motivo ho scelto di affrontare questo tema non da sola, ma insieme a Yassir, un ragazzo italomarocchino, e per farlo bisogna fare un salto nella storia.

La blackface ieri ed oggi

Quando ho chiesto a Yassir di parlarmi della blackface, il discorso ha preso una piega storica, perché è proprio lì che dobbiamo cercare il vero significato del termine. Negli Stati Uniti l’uso della blackface si è concluso grazie al Movimento dei Diritti Civili degli Afroamericani di Martin Luther King degli anni ‘60, ma questo non cancella il suo passato. La blackface riporta ad anni bui, in cui lo schiavismo ha fatto da padrone per secoli. È difficile dire quando sia nata esattamente, ma nell’Ottocento vede il suo sviluppo massimo come forma di make-up teatrale, proprio per scimmiottare le persone nere secondo dei preconcetti razzisti e denigratori. Dipingersi la faccia, accentuare dei tratti fisici come le labbra eccessivamente carnose, ridurre ad una mera caricatura un’etnia che subisce discriminazioni ancora oggi, porta con sé un significato intrinseco molto lontano dal divertimento.

La blackface si colloca prettamente in un contesto storico-culturale molto diverso dal nostro, ovvero quello americano. La domanda è nata spontanea, così ho chiesto a Yassir perché si tratti di un argomento così attuale anche qui in Italia. La nostra storia, ma anche la nostra società, sono la risposta. È una verità storica che spesso preferiremo tralasciare, ma anche noi abbiamo un forte passato di colonialismo in Africa, che ci riporta alle violenze del fascismo in Etiopia. Inoltre, è riduttivo al giorno d’oggi parlare di stati e culture singolarmente, perché ci collochiamo in un contesto molto più ampio, che è quello dell’Occidente e che, a sua volta, è fortemente influenzato dall’America: ognuno di noi ha “assimilato” i film, la musica, il cibo provenienti da oltreoceano.

È semplice per noi dire che si tratta solo di un’imitazione, di un semplice gioco. Il nostro passato è molto diverso, apparteniamo ad una cultura dominante. Non siamo stati discriminati, non siamo stati relegati a semplici stereotipi. La nostra dignità non è mai stata calpestata. Per cogliere quale sia il problema della blackface bisogna prima di tutto mettersi nei panni di coloro che vengono toccati in prima persona da questo comportamento: “c’è da capire che non si scherza sulla pelle degli altri, soprattutto con cose inerenti ad elementi figli di secoli di schiavismo e segregazione razziale”.